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Rispettare l'alterità del cane


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Un approccio corretto con il nostro cane, deve fondarsi su principi eticamente ed etologicamente corretti.

Quando dividiamo il nostro percorso con un cane, dovremmo sempre tenere in grande considerazione le peculiarità proprie dell'individuo animale e non solo le nostre esigenze

Spesso siamo portati a concepire la relazione con il nostro pet in termini di pura affettività o seguendo la logica dell'utilità. Nel primo caso, l'approccio di tipo genitoriale, si esaurisce con il soddisfacimento delle esigenze proprie del dare e ricevere affetto e protezione, come ad esempio il tenere il cane in braccio o l'inconsapevole sensibilizzazione di stati di ansia da separazione. Nel secondo, invece, la sfera relazionale si congela su aspetti puramente performativi inerenti al campo d'interesse dell'attività del proprietario: il cane "da" caccia, "da" soccorso, "da" agility, ecc. In un caso si rischia di antropomorfizzare il cane, colmando i nostri vuoti affettivi ed ignorandone le esigenze, nell'altro si inaridiscono le attività relazionali e sociali.
Quando dividiamo il nostro percorso con un cane, dovremmo sempre tenere in grande considerazione le peculiarità proprie dell'individuo animale e non solo le nostre esigenze. Il cane è, infatti, un individuo mentalmente e cognitivamente operante secondo una sua peculiare logica, che non può esaurirsi nei termini di appartenenza ad una particolare razza o all'interno di una sfera emotiva propria dell'uomo e non della specie cui esso appartiene.
L'azimut relazionale deve focalizzarsi sui criteri di soggettività e di diversità del nostro amico quattrozampe, deve quindi essere fondato sulle qualità proprie dell'individuo/cane (che in quanto tale è diverso da tutti gli altri cani) e dell'eterospecificità (il cane non è un essere umano).
Rispettare questi principi, significa vivere il cane con la piena coscenza della sua alterità, permettendoci di allargare la concezione del rapporto con esso e di realizzarla pienamente attraverso quegli aspetti collaborativo-esperienziali che ne costituiscono il fondamento relazionale.
Così come l'uomo, infatti, anche il cane possiede una mente relazionale ed il suo cervello è strutturato in modo da svilupparsi in interazione tramite un meccanismo complesso di feedback soggetto-ambiente (ontogenesi).
Occorre perciò pensare ad un cervello interattivo plasmato nella sinergia di promesse genetiche ed esperienza, di interno ed esterno. Un ambiente socialmente stimolante, risulta essenziale per un corretto sviluppo comportamentale del cane, il cui cervello termina la propria formazione all'incirca otto mesi dopo la nascita. Bisogna ripensare il cane quale soggetto interattivo e non oggetto privo di capacità relazionali profonde.
Nell'atto relazionale, l'uomo ha il dovere esplicito di esaudire la piena espressione del proprio cane, tenendo sempre presente che il suo comportamento è l’espressione di uno stato mentale caratterizzato da specifiche emozioni e motivazioni, che prima di tutto abbiamo il dovere di sforzarci di comprendere.
Il cane deve divenire il protegonista di ogni attività relazionale, nel pieno rispetto del suo status di soggetto/individuo.



Inserito il 06 Apr 2011 da ulisse


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