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Argo, papà di Balto e nonno di Hachiko.


Sarà a causa dell'ombra della senilità che cerco di fuggire rifugiandomi nei ricordi della mia adolescenza, quando si guardava il primo sole oltre i finestroni sporchi dell'aula e quell'ultima ora che ci divideva dal pomeriggio in scooter pareva interminabile.
«Interroghiamo... Tu, che guardi fuori dalla finestra. Parlaci di Circe!»




Io?!? Proprio io?!?
«Prof, mi scusi, ma siccome di Circe e dei Proci si è già parlato in abbondanza, vorrei porre l'accento sul quadro più emozionante dell'opera di Omero: il passaggio in cui Argo, il cane di Odisseo, riconosce il padrone dopo vent'anni di struggente tristezza e solo allora, finalmente sereno, si abbandona alla morte. Una fedeltà ed una lealtà che attraverso i milleni giunge intatta fino ai giorni nostri. Possiamo non conoscere cosa prova una moglie quando il marito è spinto lontano dalla sorte avversa, ci riesce difficile pensare alla disperazione del naufrago travolto dalla furia del vento, ma nessuno di noi può ignorare quell'attimo in cui il cane si spegne, felice di saperti vivo. Questo è per me il vero capolavoro e Omero ha il merito di averlo descritto.»

Così essi tali parole fra loro dicevano:

e un cane, sdraiato là, rizzò muso e orecchie,

Argo, il cane del costante Odisseo, che un giorno

lo nutrì di suo mano (ma non doveva goderne), prima che per Ilio sacra

partisse; e in passato lo conducevano i giovani

a caccia di capre selvatiche, di cervi, di lepri;


ma ora giaceva là, trascurato, partito il padrone,

sul molto letame di muli e buoi, che davanti alle porte

ammucchiavano, perché poi lo portassero

i servi a concimare il grande terreno d’Odisseo;

là giaceva il cane Argo, pieno di zecche.

E allora, come sentì vicino Odisseo,

mosse la coda, abbassò le due orecchie,

ma non poté correre incontro al padrone.

E il padrone, voltandosi, si terse una lacrima,


facilmente sfuggendo a Eumeo; e subito con parole chiedeva:

“Eumeo, che meraviglia quel cane là sul letame!

Bello di corpo, ma non posso capire

se fu anche rapido a correre con questa bellezza,

oppure se fu soltanto come i cani da mensa dei principi,

per splendidezza i padroni li allevano”.

E tu rispondendogli, Eumeo porcaio, dicevi:

“Purtroppo è il cane d’un uomo morto lontano.

Se per bellezza e vigore fosse rimasto

come partendo per Troia lo lasciava Odisseo,

t’incanteresti a vederne la snellezza e la forza.

Non gli sfuggiva, anche nel cupo di folta boscaglia,

qualunque animale vedesse, era bravissimo all’usta.

Ora è malconcio, sfinito: il suo padrone è morto lontano

dalla patria e le ancelle, infingarde, non se ne curano.

Perché i servi, quando i padroni non li governano,

non hanno voglia di far le cose a dovere;

metà del valore d’un uomo distrugge il tonante

Zeus, allorché schiavo giorno lo afferra”.

Così detto, entrò nella comoda casa,

diritto andò per la sala fra i nobili pretendenti.

E Argo la Moira di nera morte afferrò

appena rivisto Odisseo, dopo vent’anni.

tratto dall’Odissea, diciasettesimo libro, vv 290-327, Omero.


Comunque non fu facile recuperare quel quattro in pagella prima della fine dell'anno scolastico... sad



Inserito il 27 May 2010 da ulisse


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